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Nome: Eddy Braune
primo sono una mamma, una moglie, una casalinga, una donna semplice che ama la solitudine, non mi piacciono i pettegolezzi.
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SUCCO D'ANGURIA
Il succo dolce
di polposa anguria
labbra tue tinge.
Io avidamente spengo
con un bacio la sete.
Eddy


19 marzo festa del papà
acrostico
al
amore
amore allalbaun battito d ali
baci
bacio
carnevale
chiaro
di
dimora
dolore
eros
essenza presenza poesia
fata
fragranze del vento
il colore del silenzio
immortalità
incanto
intensamente
luna
mare e maree
mistero
nei silenzi di maya
nellanima
nostalgia
poesia
poeti maledetti
quasi tautogramma
renga
riflessioni
tanka
tautogramma
un mare di vitre








Sai che sorpresa, questa mattina, quando tra la posta ho trovato una tua lettera. Quanti anni sono passati dall’ultima volta che ci siamo visti, venti, trenta, ho perso il conto. Ed ora mi scrivi che stai tornando e vuoi incontrarmi. E’ stato facile per te rintracciarmi, il mio indirizzo è sempre lo stesso, abito qua da quando sono nata. Stessa casa, stessa città, stesso luogo. Non mi sono mai mossa da qui. Tu no, tu invece sei partito, alla ricerca di nuove avventure in Australia. Non è stato facile per me lasciarti andare e non ho avuto il coraggio, la forza, di partire insieme a te quando me l’hai chiesto. Eppure ti amavo. Tanto. Credevo che il nostro amore non sarebbe mai finito ed invece…Che stupida. Ma non mi pento d’aver agito così, forse un po’. Per zittire il rimpianto che ogni tanto mi rodeva dentro, mi sono sposata con un uomo senza ambizioni, tranquillo, anche troppo per i miei gusti, sono rimasta vedova quasi subito. Però i miei pensieri correvano a te, sempre. Chissà se ti ricordi le nostre sere d’estate, sotto il cielo stellato, stesi in mezzo al grano maturo con i fiordalisi ed i papaveri a far da sentinella ai nostri baci, ansiti, gemiti, ardori. E’ stato bellissimo, io non l’ho mai dimenticato. Ogni volta che ci pensavo, una nuova ferita si aggiungeva al mio cuore già martoriato, ancor oggi, emozioni palpitano nel petto, sarà ansia, sarà amore? Non so.Tu, in Australia hai fatto fortuna, c’è sempre stato qualcuno che mi dava notizie di te. Non ti sei mai sposato, perché?
Ora sono qui trepidante, in attesa che arrivi, fisso l’immagine riflessa nello specchio del corridoio e vedo come il tempo ha giostrato con il mio viso pieno di rughe, con il mio corpo cadente ed abbondante, non è così che vorrei che tu mi vedessi. Vorrei essere di nuovo la giovane e carina ragazza che abbracciavi, amavi, chissà cosa dirai guardandomi, mi riconoscerai? E tu sei rimasto l’uomo allegro e simpatico che ricordo, l’uomo che ha sempre un posto speciale nel mio cuore? Mah! Suonano alla porta, finalmente….

<<Buonasera, una chiave signori? Come dite, prego. Ah, chiedete chi sono. Sono Geremia il portiere di questo vecchio motel. Allora miei Signori, la volete la chiave? Si? Però, ecco, è rimasta solo questa…ma vedete non a tutti do la chiave della camera 144 solo a quelli che hanno qualcosa di speciale dipinto negli occhi, speciale come quella stanza e voi ce l’avete quel qualcosa, lo sento e lo vedo.
Devo confidarvi un segreto che non dico mai a nessuno ma a voi posso dirlo perché so che non lo racconterete in giro. E’ un segreto antico, mio padre lo disse a me quando presi il suo posto e lui l’ha saputo dal suo.
Una volta all’anno nelle notti di luna nuova nella stanza 144 aleggia un delicato profumo di gelsomino e puoi sentire i sospiri tristi di una donna, se hai fortuna puoi anche vederla.
Io l’ho vista ed è bellissima, eterea, diafana, leggera, avvolta in veli trasparenti, triste, molto triste.
Si, avete indovinato è un fantasma. Adesso vi chiederete cosa venga a fare qui, cosa cerca.
Ma che domande fate, naturalmente viene qui ad attendere che il suo amato ritorni.
Ritorni da dove non mi è dato saperlo però so che era qui che i due amanti consumavano la passione che ardeva nei loro cuori, una passione proibita. Come lo so vi chiedete, beh è facile rispondere a questo quesito, mio nonno a quel tempo ne era il portiere, ed era lui che riservava e preparava la stanza ai due amanti ogni volta che decidevano di venirci.
Solamente che a quell’epoca non era un motel scalcinato come adesso, un hotel di periferia certo
ma molto, molto rinomato e discreto.
Beh io ho detto la mia e se voi volete sapere tutta la storia non dovete far altro che abitare per una notte nella stanza 144. Questa è la notte giusta.>>
Mi chiamo Amelia e voglio raccontavi la mia storia.
Anche se non era la prima volta, entrai nella hall dell’Hotel leggiadra e timida, il rossore nascosto dalla veletta del capellino. La mano calda di lui posata sulla schiena mi procurava piacevoli brividi, sentivo già i capezzoli irrigidirsi e premere sulla stoffa dell’abito di seta leggerissima.
La sensazione di disagio all’inguine era un piacere sensuale che provavo ogni volta che ero in compagnia dell’uomo affascinante, elegante, compito, qual era il mio Lord inglese.
Già dal primo incontro al ballo di Lady Hamilton, all’ambasciata inglese, avevo sentito il fortissimo desiderio di esplorarlo, gustarlo, divorarlo. Ero giovane ed impudente. L’amore, la passione tra di noi esplose immediatamente e diventammo subito amanti. La nostra relazione la consumavamo in questo Hotel nella stanza 144, sempre la stessa, anche se succedeva troppo poco visto che dovevamo agire segretamente.
Non appena Griffin prese la chiave salimmo su, tanta era la fretta di appartenerci. Non riuscimmo quasi a chiudere la porta che già eravamo avvinghiati uno nelle braccia dell’altro a divorarci la bocca mai sazi di baci e carezze. La mia timidezza quando ero con lui spariva e diventavo sfrontata, lasciva. Era come se un oscuro, primitivo fuoco mi accendesse i sensi. Soltanto Griffin possedeva il potere di placare il furore e l’ansia che mi divorava, consumava.
<<Amore mio, ti voglio nuda vestita solo di passione.>>
Per un attimo rimasi fulminata dai lampi di bramosia che si scatenavano dai suoi occhi poi con un piccolo cenno di assenso della testa stavo per farlo, quando le mani ardenti e impazienti di lui mi strapparono i vestiti di dosso e un secondo dopo ci trovammo distesi sul letto. Ero frastornata, non riuscivo a capire il motivo di tanta urgenza, prima, era sempre stato dolce e delicato ora, invece era quasi violento, anche se quell’atteggiamento mi infastidiva un poco, non vedevo l’ora di soddisfare il mio e il suo desiderio, di amarlo perché quella sarebbe stata l’ultima volta.
L’ultima volta che mi sarei donata a lui e ricavato piacere dal suo piacere. L’ultima volta perché di lì a qualche giorno mi sarei sposata con un uomo scelto da mio padre e che non avrei mai e poi mai potuto amare. Il mio cuore sarebbe rimasto per sempre con Griffin.
L’ultima volta per lui perché i minuti, le ore che fino ad allora avevamo rubato forse, e dico forse, all’alba sarebbero finiti perché mio padre aveva scoperto tutto e lo aveva sfidato a duello.
Questo però lo seppi molto, ma molto tempo dopo.
<<Mi ami?>> chiese. <<Si! Si!>>
<<E quanto mi amerai?>> <<Per sempre, per sempre.>>
<<Allora mi vuoi dentro di te?>> <<Lo sai che è così.>>
Per tutta la notte ci amammo come non avevamo fatto mai, in modo selvaggio, impetuoso. Le prime luci dell’alba ci trovò ancora abbracciati, sfiniti e svegli.
Quello era il segnale che dovevamo separarci. Ci vestimmo senza una parola le lacrime scendevano copiose dai miei occhi, trattenendo a stento i singhiozzi lo baciai. Le nostre bocche bramose non volevano staccarsi eppure dovevamo farlo. Gli sfiorai la guancia con una leggera carezza, lui prese la mia mano e la strinse forte al petto e mi promise che ogni anno in questo giorno lo avrei trovato lì ad aspettarmi. <<Mi prometti amore che verrai?>> <<Si, lo giuro, lo farò.>>
Ecco perché sono qui che aspetto e anno, dopo anno torno sempre qui, ma lui non si è ancora visto ed io lo aspetto, continuerò ad aspettarlo ancora…ancora…a…n…c…o…r…..
